Remo Benzi

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Noi ragazzi poveri del '38

Libri e cultura


noi ragazzi del '38 prima edizione - la seconda edizione sarà a breve pubblicata

Il primo libro del comandante  Uff. Comm. Dott. Remo Benzi è un libro dedicato a quelle persone nate nel 1938 ma non solo a loro. Il libro è dedicato anche alle generazioni successive alla sua che hanno subito i lutti e le privazioni della guerra, i sacrifici e le rinuncia  affinchè i giovani d'oggi non pensino che la vita sia sempre stata così facile come oggigiorno. Il racconto della sua vita da ragazzo a uomo fatto, è interessante e completamente credibile per chi,  come lo scrivente (classe 1949), ha avuto modo in misura minore di egli, constatare che le parole  del Comandante sono assolutamente veritiere.

recensione a cura del Commissario di Polizia Municipale di Genova (anni 1974-2007), Ivo Rapetta



la copertina del libro noi ragazzi poveri del '38 prima edizione



Ecco un'estratto di  alcune pagine del libro...


Una generazione di ferro


    1938, classe di ferro, Si dice sempre così, per tutte le classi , ma quella del 1938 è stata davvero. Travolta da un insolito destino, la guerra, i bombardamenti, i rifugi, la fame. Eppure sembrava un anno felice.

    L’Italia era diventata un impero, la campagna d’Africa ci aveva procurato le colonie, si cantava “ Tripoli, bel suol d’amore”, avevamo cacciato il Negus da Addis- Abeba. Mogadiscio si era unita a Roma. Sembrava di essere tornati ai tempi dell’antico impero, Io che in quell’anno cominciavo ad andare a scuola, ricordo che ci facevano cantare :” Tu non vedrai maggior cosa al mondo maggior di Roma”…L’illusione era durata poco Benito Mussolini si era convinto di essere un grande condottiero.

    Re Vittorio Emanuele III, piccolo com’era gli diceva sempre  SI. , Intimorito dalla celebre mascella del Duce. C’era grande euforia, “spezzeremo le reni alla Grecia”. Mario Appellius aveva lanciato l’anatema “ Dio stramaledica gli inglesi.!” Molti genitori chiamarono i loro figli “Roberto” un nome che significava l’asse Roma Berlino, Tokio. L’alleanza con la Germania e il Giappone .

    Quando l’Italia entrò in guerra, chi era nato nel 1938 come Remo Benzi, aveva appena due anni. Si prospettavano per Lui, come per i suoi coetanei anni difficili. I primi bombardamenti a Genova dal cielo e dal mare, lo sfollamento in Toscana, la paura. gli stenti.  Quella che un maremmano, Luciano Bianciardi doveva chiamare la Vita agra. Ho conosciuto Remo Benzi solo quando era già Comandante del Corpo Vigili Urbani di Genova. Eppure nel 1938 abitavamo entrambi a Rivarolo. Nel 1942, quando fischiava la sirena, scappavamo tutti nelle gallerie, Lui in quella delle ferrovie in costruzione, Io in quella che da Certosa porta a Dinegro e dopo, le nostre famiglie erano sfollate in Toscana a pochi chilometri di distanza, la sua a Certaldo, patria del Boccaccio, la mia a Castelfiorentino.

    Credevamo di essere in salvo, invece finimmo nella morsa della guerra  perché’ in quel lembo di terra, bagnato dal fiume Arno, dovevano congiungersi la V e la VIII armata. Essendo piu’ grande di Benzi, ho dei ricordi terribili. A sera arrivava l’aeroplano coi bengala, per studiare la zona. Poi era la volta degli aerei da  bombardamento; si dividevano tre a tre, sganciavano le bombe con la speranza di colpire i posti strategici. Volevano far saltare i ponti, per impedire la ritirata ai tedeschi che da alleati si erano trasformati in nemici.

    I tedeschi venivano nelle campagne a cercare gli uomini ma non li trovavano perché’ erano in guerra o erano scappati sui monti coi partigiani; lasciavano stare i bambini in genere non disturbavano le donne.
Remo Benzi, sin ora era conosciuto come poeta, ha vinto premi anche importanti ora si volge anche alla narrativa ma ha precisato subito che non ritiene di restare nella storia della letteratura.

    Giunto a 60 anni quando si entra nella  cosiddetta  terza età e viene il momento di fare il bilancio della propria vita, ha sentito il bisogno di raccogliere in una specie di diario una serie di emozioni, quelle paure, ma anche quelle gioie della sua fanciullezza. Ha detto di farlo soprattutto per le figlie; si e’ ricordato di suo padre Romolo, che gli ha insegnato i valori importanti della vita, ( l’onestà, la serietà, la giustizia e il lavoro ) a  50 anni aveva cominciato a buttare giù un diario, il diario di quegli anni terribili : 1938- 1945.

    Era già nella sua mente, cosi gli e’ stato semplice metterli sulla carta nella quiete della sua casa nel Monferrato : Castelspina. Benzi ha evitato di fare il racconto della sua vita perché’’ il  resto i suoi familiari lo conoscono benissimo.
Il giovane Remo era entrato nel Corpo dei Vigili Urbani, subito dopo il servizio militare, felice di seguire la strada del papà Romolo in un lavoro che vedeva come missione  e così ricominciò a fare altri sacrifici che pur gli pesavano.

    Si, il ’38 è veramente una classe di ferro. Il diploma di geometra, la laurea in scienze politiche, poi quella più difficile, in giurisprudenza, conseguita a Pavia, sempre studiando la sera con la famiglia a carico. La moglie Agostina ha vissuto al suo fianco alcuni di questi momenti esaltanti, le figlie hanno visto i diplomi e le  onorificenze  nello studio di papà, ne sono giustamente orgogliose.

    Ho letto di un fiato e con sincera commozione Il manoscritto di Remo Benzi, perché’ anche io ho vissuto quella terribile esperienza; anch’io ho fatto tanti sacrifici per farmi strada nella vita, diciamo pure per allontanarmi da Rivarolo. Anche mia madre, santa donna come quella di Benzi, in Toscana dovette fare mille mestieri per procurarmi da mangiare. Ho ritrovato nelle parole di Remo Benzi i racconti di Vasco Pratolini, stessa toccante umanità, stesse struggenti emozioni . Remo Benzi giustamente può tramandare alle figlie e ai nipoti questi ricordi degli anni più difficilisua vita.

E’ il suo testamento spirituale perché’ quei ricordi contengono anche una lezione di vita. Ma avendo qualche anno più di lui ed essendo sicuramente meno romantico, forse anche meno ingenuo di lui, temo che quei ricordi  non possano essere capiti dai giovani di oggi. Chi non ha provato la fame, i bombardamenti, chi non ha sentito le schegge fischiare accanto a Lui, chi e’ stato allevato con gli omogeneizzati e a Natale ha sempre  trovato un albero carico di regali, non può capire cosa sono stati quegli anni.
Leggendo le pagine del nostro autore, non crederà che siano scene di vita vissuta, penserà che si tratti di un romanzo di fantasia, oggi nell’era della televisione si direbbe una fiction.

    Chi e’ nato nel 1938, è nato povero, ( a parte le solite eccezioni naturalmente) però ha fatto tesoro dei  principi di serietà e di onesta, tramandati dai padri, ha creduto nel lavoro e ha lottato per farsi strada nella vita, per non tornare a mangiare pane e cipolle, o olive secche, per non tornare a vivere  in case senza riscaldamento. Remo Benzi che a Genova, come Comandante dei Vigili Urbani era amato dalla gente e dai suoi “ ragazzi” ha cercato di riportare all’orgoglio della divisa che si rispetta anche indossandola, senza gli orecchini e i capelli che nel 1938 erano appannaggio solo delle donne.

    Il Benzi che ha scritto anche un inno per il Corpo per esaltarne il significato morale, non è stato capito da qualcuno nato dopo di lui e quindi chi non ha dentro di se certi valori che sono fondamentali nella vita.

    Questo libro e’ la storia di un uomo del ’38, scritto in modo semplice e lineare come il suo autore, uomo del popolo, ma può essere considerato la storia di un’intera generazione. Sta alle generazioni di oggi coglierne la morale, se invece si limiteranno a sorridere, avranno un futuro arido di valori e di soddisfazioni.   

                                                  
 


Remo Benzi assieme all’amico giornalista Elio Domeniconi, autore di questa prefazione e come Lui , sfollato in Toscana, conobbe le brutture e i travagli della guerra.



Cronache di una classe di ferro, quella del ’38 - Remo Benzi
 Sfollamento, tribolazioni e guerra

Non so se sia stato il diario di mio padre che scrisse del suo passato, quando compì il suo 50° anno, a darmi questa voglia  di  scrivere,  ovvero il vedere i mutamenti di un mondo, specie quello giovanile, che non sa apprezzare il sapore della vita, con i suoi colori, con le sue speranze, a volte con le sue delusioni. Forse, sono state tutte e due le cose.
Talvolta, occorre ricordarlo, pur avendo poco si ha molto; in altri casi, pur avendo molto, si ha poco. Tutto sta in quel giusto equilibrio e in quella maturità che il ragazzo, l'uomo di domani, deve avere, mentre cresce con  l’età col suo spirito di  consapevolezza.
Quello che sto per scrivere non ha la pretesa di un fine letterario; da secoli, uomini passati alla storia, hanno scritto cumuli di libri, parte letti e parte forse no, fossilizzati nelle biblioteche, se non addirittura sommersi nelle soffitte o negli scantinati. Ciò che scrivo in un momento di riflessione e con serenità rimarrà innanzi tutto alle mie figlie e ai loro figli, affinché attraverso queste parole possano comprendere e far capire come i tempi trascorsi , non tanto lontani,  siano stati molto duri per la mia generazione, passata da un periodo di guerra a un dopoguerra travagliato, vissuta con poche risorse economiche, ma con la prospettiva di un futuro da conquistare con le proprie capacita’ e con fatica; per questo  , degno di essere vissuto.
 

Memorie di guerra

Sono episodi non romanzati, vissuti in una realtà non certo attuale, che spero sarà compresa da chi leggerà queste parole.
L'evento più lontano, che ho scolpito ancora nella mente, è un bombardamento su Genova, avvenuto in una   fredda sera dell'anno 1942.
In quella occasione, non so se una bomba o uno spezzone incendiario, colpì la  FILEA che penso fosse anche deposito di carburante. Questa era ubicata a Rivarolo tra la Via Privata Mansueto e la zona del "Bersaglio", località così denominata perché sulla parte a monte esisteva  a quel tempo e sino a dopo la cessazione della  guerra, un poligono di tiro per l’esercito.
La casa dove abitavamo allora, era proprio vicina  a questa specie di raffineria che, in quella tarda  serata d’autunno, bruciò come una torcia, con le sue lingue di fuoco che lambivano la montagna soprastante oscillando anche verso le case fronteggianti. L’incendio si era esteso quasi subito anche al vicino sugherificio della ditta Mansueto e aveva raggiunto le case di quella strada.  Mio padre, vigile urbano di Genova, come  faceva sempre in ogni occasione di pericolo, era corso per fare il suo servizio attorno alla zona interessata e ci raggiunse solo a notte inoltrata., quando i pompieri avevano terminato la loro opera .
    Nel frattempo, lo zio Pietro, marito della sorella di mia madre,  Teresa , che abitava in una strada poco lontana, a conoscenza di quanto accadeva,  era venuto sotto casa nostra,  a vedere come stavamo  e se vi erano stati danni alla nostra abitazione.   
La famiglia Romolo Benzi con la moglie Ottorina e i due figli Remo e Carlo                                                         
   Lungo la strada, adesso Via Sergio Piombelli,  si era ammassata una moltitudine di persone, che era  fuggita verso le alture boschive e ora erano in attesa di rientrare a casa. Lì, ancora in mezzo al fumo e all'odore acre di sostanze chimiche bruciate, ascoltavo  con mio fratello, i discorsi dei "grandi".

     Lo zio vista la serata fredda e che mio padre non arrivava, decise di portarci a casa sua. La zia vedendoci arrivare , fece la cioccolata calda e prese una scatola rotonda con dei biscotti, che rammento sempre e che traducevo “Lazzaroni Saranno”. In effetti era la marca di biscotti che provenivano da Saronno: Lo lessi bene anni dopo quando quella scatola venne riutilizzata per contenere strumenti da cucito.

    Come in un filmato, poco a poco mi tornano così alla memoria i vari momenti, durante i quali ad ogni suono di sirena , posta sul tetto del “palazzo Lanzani”, si scappava nella vicina galleria, in costruzione per le Ferrovie dello Stato, ch’era distante circa duecento metri verso monte dalla nostra casa. Ogni volta, sempre correndo, mio padre ci portava lassù,. lasciando me e mio fratello Carlo con nostra madre, per  correre subito alla Sezione territoriale dei Vigili Urbani, secondo gli ordini del suo Comando-.

    In quel grosso antro umido e odoroso di muffa, c’era una  massa  di  gente   che pregava, che chiacchierava, che si stringeva l'un l'altro: molte donne si portavano dietro degli sgabelli, altri avevano coperte su cui si sdraiavano in una mesta veglia di attesa.  Qualcuno, andava avanti e indietro illuminandosi il passo con delle  torce elettriche o per addentrarsi in una zona più sicura o per dirigersi verso l'imboccatura, dove c’era più aria. Ormai pareva  cosa normale vivere quella vita.

    Si passavano così spasmodiche  ore, aspettando che la sirena desse il segnale di "cessato allarme". Il più delle volte le zone interessate ai bombardamenti , per nostra fortuna, erano più lontane. Con quel lugubre suono , quasi sempre a notte, si  rientrava a casa, talvolta , terminando di consumare quello che si era abbandonato in tavola. Ci si coricava  assieme alle emozioni di quella giornata, nella speranza di poter finalmente dormire. Allora, avevo quattro anni; l'età non consentiva lunghe riflessioni su cosa stava accadendo e perché tutto fosse in quella strana e subita  regola delle cose.

Con  il fischio a intermittenza della sirena, una sera entrammo nella solita galleria, assieme ad una moltitudine  di persone.
    Mio padre aveva preso servizio, come al solito. Per toglierci dalla parte iniziale, dove c’era un continuo passaggio di gente e una corrente d’aria fredda, mia madre con una torcia elettrica in mano, ci condusse avanti, fin dove la galleria finiva nella roccia, ancora da scavare. Era la galleria che oggi è utilizzata dalle ferrovie  dello Stato , che arrivando da Nord. passando sotto alla montagna, giunge sino alla stazione Principe.

    (… Quando in questi tempi mi devo recare da Alessandria a Genova e il treno percorre quella galleria , mi domando quale sarà stata la zona dove ci fermavamo…  e penso…mentre Gli altri viaggiatori leggono il giornale o chiacchierano delle partite di calcio…)
In quel posto estremo, eravamo in pochi ; qualche parola poi per la stanchezza, avvolti nelle coperte, prendemmo sonno. Normalmente, quando suonava il cessato allarme, quelli che si trovavano sull’imboccatura che lo udivano distintamente,  “passavano la voce”; noi, addossati come ho detto al termine e maggiormente isolati, non lo sentimmo.

    Ad una certa ora in quel buio pesto, udimmo  dei colpi sopra di noi e molte persone pensarono impaurite,  che colpissero proprio le nostre case. Quella situazione si protrasse per un certo tempo mentre noi stavamo fermi in quelle tenebre, col cuore in tumulto, aspettando che i colpi cessassero; giunse ’ prima il sonno. Mi svegliò una voce che chiamava dal buio verso l’entrata, era il tono di mio padre che  ci  cercava pronunciando i nostri nomi.  Rispondemmo con gioia per farci sentire.

    Erano le undici del mattino; l’allarme era cessato nella nottata ma non l’avevamo sentito. Lui, rientrato a notte e non avendoci trovato, aveva pensato fossimo andati a dormire dalla zia Teresa, come qualche volta avevamo fatto. Al mattino, non avendoci visti  da lei, ci aveva cercato  e sapendo da chi ci aveva notato , che eravamo entrati nel rifugio ,era venuto sino a lì. I colpi che in molti avevamo scambiato per proiettili, erano dovuti al ribaltamento dei vagoncini, fatti dagli operai, che lavorando in superficie scaricavano la roccia scavata..

    Mio padre venne richiamato alle armi;  Prima di partire per il fronte, considerato che Genova era un obbiettivo militare e oggetto di continui bombardamenti, decise assieme a mia madre, che era  più sicuro per noi andare via. Pensarono prima ad Alessandria, dove avevamo degli zii, fratelli di  mio padre, perché era anche più vicina. Poi, proprio questo aspetto  e il fatto che era un nodo ferroviario importante, li fece propendere per la Toscana, regione il cui paese dove saremmo andati era  nell’entroterra e quindi meno esposto ;  decisero per  Certaldo,  paese nativo di mia madre.  

    Là, dopo la paura dei primi bombardamenti, era già andata la zia Teresa, mentre lo zio Pietro, persona indimenticabile, che ci fece quasi da padre, in quel lungo periodo,  per la sua attività di commerciante di biciclette e articoli per ciclo, faceva la spola in treno, tra la Toscana e  Genova  . Con loro c’era il figlio .nostro cugino Francesco, , che come tutti i bambini, aveva avuto .il diminutivo in Franceschino.   I miei  decisero di mandare in Toscana me, il più piccolo. Mio padre , prima di partire volle fare la foto ricordo della famiglia.  Era il mese di maggio del 1942


La partenza da Genova


    Non so perché ai bambini sovvengano così bene fatti senza importanza, che si portano dietro nella vita,  ricordandoli nella maturità. Rammento oggi il pomeriggio di quel giorno, quando mio zio Pietro venne a prendermi, per portarmi su a Certaldo, come era stato stabilito.

    Mia madre in cucina faceva i preparativi  per il viaggio; molto emozionata, mi sedette su di una seggiola, di quelle con le  strisce di legno, ricordo che era  colorata di verde,  facendomi indossare  un paio di calze bianche, accompagnandole con le mani lungo i polpacci quasi a volermi accarezzare; mi vestì con gli indumenti più buoni  e, nell’abbracciarmi, vidi che piangeva;  mi fece salutare mio fratello ,e mi affidò allo zio che  mi prese per mano accompagnandomi sino a casa sua, in Via Roggerone.  

    Mentre lo aspettavo,  fece un frugale pasto con del cibo, in un piatto, che continuavo ad osservare , dipinto ai bordi con rose rosse. Io , in silenziosa attesa, non vedevo l’ora di partire, cosa che avvenne di lì a poco.  Percorso un breve tratto di strada, sino alla vicina stazione di Rivarolo, prendemmo il  treno, così lento.! Viaggiammo incessantemente per cinque ore, naturalmente con alcuni cambi, sino a Empoli!

    Un altoparlante annunciava: “A Empoli si cambia!.!". Mi pareva di vivere un'avventura, di fronte a questa nuova esperienza della mia vita. Cambiammo  treno e si prese posto sul vagone di un treno merci, carico di scatoloni di verdure, il cui odore saturava l’ambiente e dove non mancavano gli spifferi d’aria . Arrivammo alla stazione di  Certaldo, alle nove di sera.   Ci eravamo messi in viaggio nel primo pomeriggio ed eravamo veramente stanchi.
Per andare nella parte alta del paese,  tenendo presente che  questo, in pianura ha la sua parte moderna, mentre in alto c'è quella medioevale, con le sue mura  e le porte d'ingresso,  c'era da affaticarsi.

    Forse per l'ora tarda ma anche perché lo zio Pietro si dimostrava sempre, in ogni occasione uomo di esperienza e un signore, prendemmo un'auto da piazza che ci trasportò in "Certaldo Alto", nome che viene dato ancor oggi alla zona antica. Quella che e’ ancora un’attrazione per i turisti.
Durante questo nuovo viaggio serale, certo più gradevole ma così breve, mi sentivo una persona importante, tutto accoccolato contro il morbido schienale dell'auto.
 
    Mia zia Teresa e mio cugino ci stavano aspettando;  fu un momento di gioia collettiva, quando scesi  presso la casa che da tempo avevano affittato nella parte superiore di Via Boccaccio, strada principale del paese. Non v’è certezza sulla nascita ma senza dubbio in quel luogo visse e morì il grande scrittore del ‘300 del quale, nella casa ricostruita dopo i bombardamenti, si conservano parti delle sue opere .  
Fu quello , l'ingresso trionfale che io feci a quell'ora, in quell'antico e suggestivo luogo, il paese di mia madre.


    Mia zia mi fece mille complimenti e dopo che noi consumammo la cena, mi mise a letto rimboccandomi amorevolmente le coperte. Mi sentivo felice e a mio agio. Anche nei giorni successivi la zia Teresa mi accompagnava in giro, presentandomi alle amiche dicendo loro che ero il figlio di “Ottorina”, e alle ragazze del luogo,  le quali facevano a gara per portarmi  a fare le compere domestiche.

    Mi insegnarono così a conoscere le ore indicandomele sull'orologio della Torre campanaria del Palazzo Pretorio; al mattino mi portavano con loro a consegnare i fiaschi impagliati, nei centri di raccolta. Alla domenica andavamo in  "borgo", in fondo alla Via nuova,   al cinema "Boccaccio" . La zia dava loro una banconota  grigio-azzurra,  da 10 Lire,  con l'immagine del Re in divisa ;   che io guardavo con un senso di rispetto.
 
    Forse  ero simpatico, per il modo di parlare, diverso dal loro, o forse  perché  mi vedevano ancora cucciolo; così, spesso si può notare che le persone trattano  molto bene uomini e  animali, quando sono “ piccoli “; meno, quando cominciano a  crescere...
continua sul libro...


copertina del libro seconda edizione

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